C.A.I. Sezione di Edolo

Nei primi anni ’80 del secolo scorso un gruppo di alpinisti valligiani vuole lanciare l’attività escursionistica nella nostra zona ed ottenere l’autonomia dalla sezione bresciana del C.A.I. – Cronistoria di un’iniziativa ambiziosa e sfortunata


UN’ASSOCIAZIONE PER GLI ALPINISTI CAMUNI?

Nella prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando ancora l’escursionismo montano veniva considerato un originale svago per caratteri aristocratici, prese piede in Valcamonica, il tentativo di favorire la nascita di una sezione locale del CAI.

Due furono gli ostacoli di maggior rilievo immediatamente postisi sul cammino dei promotori: il difficoltoso reperimento di un congruo numero di adesioni e la concessione del benestare da parte della sezione bresciana del sodalizio, dalla quale sarebbe dovuta appunto scaturire, come Eva dalla costola di Adamo, la nuova aggregazione degli alpinisti camuni.

Lo spunto occasionale per l’avvio del tentativo autonomistico venne fornito dalla proposta di costruire un rifugio nella Valle d’Avio, lanciata dal capitano Gianbattista Adami e destinata a raccogliere una vasta messe di consensi. Sulla scorta degli entusiasmi suscitati da tale prospettiva, uno sparuto gruppo di ardimentosi concepì l’idea di costruire in loco un organismo nel quale confluissero tutti gli appassionati della montagna.

A quel che risulta dalla scarsa documentazione da noi reperita, questa avvincente proposta ebbe il suo più convinto propugnatore nel professor Antonio Martinazzoli, un camuno da tempo residente a Sondrio per esigenze professionali; docente di storia e filosofia, svolgeva in quella città la funzione di Presidente della Commissione di sorveglianza delle scuole comunali. Nel maggio del 1881 egli ebbe modo di riflettere su quella che gli parve essere una grave incongruenza del tessuto associazionistico valligiano, vale a dire l’assenza tra i numerosi sodalizi operanti nel circondario di una sezione del Club Alpino Italiano.

Martinazzoli pose a se stesso ed alla pubblica opinione il seguente interrogativo: « possibile che a Breno si trovino soci per un casino destinato ad ammazzare il tempo e non se ne trovino poi per un’istituzione così utile e così onorevole? ».

Per comprendere il riferimento ironico contenuto nella frase del nostro mentore si deve sapere che in quei tempi lontani la buona borghesia valligiana era solita trascorrere piacevolmente le ore di svago nei confortevoli locali della Società del Casino, dove alcuni eletti si davano convegno in un ambiente raffinato, per ingolfarsi in conversazioni su argomenti di varia indole, oppure per sfogliare le numerose riviste ivi consultabili, o anche per librarsi in un giro di valzer se l’orchestrina e la compagnia lo consigliavano.

E’ verosimile che i tranquilli frequentatori del Casino brenese abbiano accolto con un gelido imbarazzo la profferta di uscire dai consueti ozi per aderire ad un sodalizio di escursionisti, sensibili più alle comode poltrone della sede sociale che non al fascinoso richiamo di un impervio sentiero montano. Restava comunque impregiudicata l’imbarazzante considerazione avanzata dal prof. Martinazzoli, ovvero che l’esistenza di un club dei sedentari suonasse quasi a ludibrio degli alpinisti locali, sino a quel momento mostratisi incapaci di organizzarsi in un’associazione autonoma.

Fu proprio questo il fermo proposito dichiarato a gran voce dal Martinazzoli, autore di un ambizioso progetto che mirava finanche a valorizzare adeguatamente le risorse naturalistiche e paesaggistiche camune, nel quadro di un ridestato interesse delle associazioni alpinistiche verso una vallata che – come la nostra – offriva ai visitatori innumerevoli attrattive. Ma lasciamo che l’allettante proposta sia esposta dal suo ideatore, nella parte centrale di un intervento ripreso dal settimanale liberale “ La Vallecamonica”, che lo riprodusse sulla prima pagina del numero datato 4 giugno 1881:

« La Valle Camonica è certamente una delle zone alpine più belle e col suo Adamello e coi suoi laghi può paragonarsi a quelle famose della Svizzera, sarà certamente visitata dagli italiani e dagli stranieri quando sarà sufficientemente conosciuta. Orbene oggi ci si offre un’occasione singolare e potremmo raggiungere lo scopo quasi d’un tratto. Si affretti l’istituzione del Club tanto che possa mandare un suo rappresentante al prossimo congresso che si terrà a Milano e domandi quindi che Breno o Edolo siano designate come sedi del Congresso che si terrà nell’anno venturo, nell’incontro durante il quale s’inaugurerebbe la capanna dell’Adamello, la qual capanna il Club Alpino di Breno dovrebbe cercare premurosamente di costruire sul versante della Valcamonica. Io credo che il Congresso accetterebbe con plauso la proposta e per incoraggiare la Sezione di Breno e perché un Congresso di alpinisti non potrebbe avere sede più degna della borgata di Edolo alle falde dell’Adamello. Così si potrebbe portare di un tratto il movimento e la vita nella nostra Valle, così avremmo un’istituzione destinata a continuare quelle relazioni che sono tanta parte della vita moderna ».

La prospettiva di ampio respiro accarezzata dal prof. Martinazzoli puntava a favorire l’affermarsi di una centralità della montagna nell’attività sociale del CAI, spostando il baricentro di questa associazione dalle affollate e insalubri città alle rarefatte pendici delle vallate alpestri.

In quanto poi alla convenienza di farsi carico di un impegno come quello adombrato dal lungimirante professore, si ventilava l’indubbio effetto trainante collegato allo svolgimento di un Congresso Nazionale del CAI in Edolo, in termini di rilancio del dinamismo associazionistico locale ed in generale del flusso turistico (grazie al probabile effetto immagine).

I PROMOTORI DELL’INIZIATIVA

Dal punto di vista strettamente organizzativo, Martinazzoli sostenne l’opportunità di muoversi al fine di reperire una quarantina di camuni disposti a sottoscrivere una quota pro capite di 20 lire annue, onde consentire di avviare il non facile iter burocratico per costruire finalmente la sezione valligiana del CAI. Al pressante appello aderirono sul momento alcuni cittadini brenesi, noti nel circondario per il loro amore per le avventure escursionistiche. Si trattava del Dott. Giuseppe Taglierini, del medico condotto Isidoro Griffi e del Dott. Francesco Ballardini (…). I tre esponenti appena citati condividevano con il prof. Antonio Martinazzoli aspirazioni ideali liberal-riformiste, tanto che in Breno li si considerava gli animatori della locale Società Operaia di Mutuo Soccorso e li si annoverava, a giusto titolo,  tra i ferventi sostenitori di qualsivoglia iniziativa di connotazione laicistica. Questa netta caratterizzazione ideologica, non deve venire considerata frutto del caso, dal momento che il fior fiore dei dirigenti del CAI si ispirava a quel medesimo filone di pensiero, ravvisando un preciso rapporto fra la propria attività escursionistica e le convenzioni progressiste da essi professate. A tale proposito basti qui inserire un cenno sul conto del padre dell’associazionismo alpestre, quel Quintino Sella sul quale Benedetto Croce si espresse in termini inequivocabili:

« Avverso all’ascesi cristiana e al disprezzo del corpo, fondò il Club Alpino Italiano e dette ai suoi connazionali il gusto delle ascensioni, esercizio di volontà, di previdenza, di coraggio, di virtù morale ».

Nel bresciano il CAI era presieduto dall’illustre Gabriele Rosa, esimia figura di patriota e fervente repubblicano, sostenuto nella mansione direttiva dal giovane democratico Massimo Bonardi, uno dei pupilli di Giuseppe Zanardelli. Ecco quindi che anche in Valle usciva confermata in campo alpinistico la leadership della frazione d’avanguardia della borghesia laica, protesa alla conquista di quelle mete ritenute tanto più ambite quanto più inaccessibili ed inviolate. Mentre si svolgeva la campagna propagandistica per incrementare i ranghi del costituendo sodalizio, sui nostri monti salivano le prime comitive di scalatori, provenienti dai paesi del fondovalle oppure dal capoluogo di provincia dove, per la verità, il ritrovato spirito organizzativo degli escursionisti camuni, aveva destato qualche preoccupazione.

L’OPPOSIZIONE DEL CAI DI BRESCIA

Non appena i quattro promotori della Sezione valligiana del CAI misero le carte in tavola, dovettero fare i conti con lo scarso entusiasmo incontrato nel gruppo dirigente bresciano del loro organismo. Onde evitare fastidiose polemiche, la direzione provinciale mandò in avanscoperta… un camuno, l’avvocato Bonettini, che nella sua veste di vicepresidente del sodalizio raccomandò ai suoi convalligiani, affetti da velleità scissionistiche, di ponderare attentamente i loro passi, sulla scorta della non esaltante pratica compiuta dalla sezione cittadina:

« mi permetto di osservare che dall’esperienza da noi fatta qui a Brescia con la nostra Sezione di cui sono Vicepresidente, ritengo ben difficile che nella nostra provincia possano vivere di vita attiva e prospera due sezioni: sui primordi tutto va bene, ma poi l’entusiasmo va di anno in anno decrescendo e l’istituzione perde di forza e di serietà ».

Bonettini osservava poi che dalla iniziale quota d’iscrizione, fissata a lire 20, ci si era visti costretti a ridurre il contributo annuo di adesione a 12 lire, 8 delle quali spettanti per norma statuaria alla Direzione Nazionale, col risultato di avere in cassa pochi spiccioli per finanziare le attività escursionistiche. Pure sul versante della vita sociale il Vicepresidente del CAI bresciano traeva a beneficio dei valligiani un quadro poco incoraggiante:

« Incominciammo con un’ascensione “monstre” all’Adamello, per starcene poi neghittosi per parecchi anni »

Da siffatte premesse discendeva obbligata una sconfortante, quanto piuttosto interessata, conclusione:

« Per questi motivi ed anche per il desiderio, lo confesso, che nella nostra provincia gli amatori d’alpinismo non abbiano a disperdersi e suddividersi, vedrei meglio che il club di Breno si costituisse come una figliale della Sezione, indipendente affatto »

Da Brescia giungevano insomma, con tutte le diplomazie del caso, segnali di opposizione agli intenti autonomistici degli associati camuni ed anche a proposito del ventilato progetto di convocare in Edolo un Congresso Nazionale del CAI le informazioni fornite non erano propriamente liete:

« La sezione di Brescia ha già avviato pratiche per tenere il Congresso del 1882 qui a Brescia nell’agosto, in occasione dell’inaugurazione del monumento ad Arnaldo. E’ nostro proposito, nella stessa epoca, di inaugurare la capanna dell’Adamello, che faremo costruire questa estate e condurremo perciò gli alpinisti congregati in Brescia anche in Valcamonica. In vista di ciò credo che sarebbe bene aveste a favorire anzichè a porre ostacoli al raggiungimento di questo scopo ».

Al fondo dell’esposizione manifestata dai bresciani stavano – insieme alle più che legittime perplessità circa gli effetti di una divisione delle forze – un paio di elementi che è opportuno evidenziare: una sensibile sfiducia circa le prospettive di un’organizzazione alpinistica di massa e finanche un senso di fastidio all’idea di una nuova realtà associazionistica promossa al di fuori dei circoli direttivi provinciali del CAI. Simili posizioni si possono comprendere alla luce del largo disinteresse nel quale si svolse, negli anni Ottanta del secolo scorso, l’attività alpinistica in Valcamonica come in molte altre zone montane: primum vivere, deinde… deambulare, parevano dire i contadini camuni chini sui campi a quei baldi alpinisti che s’inerpicavano per sinuosi sentieri, compiangendo chi rimaneva nelle brume del fondovalle. In quanto poi all’elemento di fastidio ravvisabile nelle parole di Bonettini, ci limiteremo a considerare come esso sia una costante in simili situazioni, tanto che ancor oggi, in un caso analogo, sentiremmo probabilmente quelle medesime argomentazioni fatte proprie dai dirigenti delle Sezioni camune del CAI (chi è libero da tentazioni campanilistiche scagli la prima pietra).

A riprova della verosimiglianza delle argomentazioni sollevate dai bresciani, sopraggiunse quel preannunciato ” calo di tensione” susseguente alla fase progettuale. Le difficoltà di percorso non si fecero attendere: elaborate le linee programmatiche, alcuni fra gli stessi artefici dell’iniziativa si volsero a svaghi più piacevoli che non le attività promozionali dell’associazionismo escursionistico (fu ad esempio il caso del dott. F. Taglierini, che si recò lontano pei bagni ); altri non furono in grado di reclutare nuovi adepti (nella zona di Edolo il cav. Adami non riuscì ad adunare un adeguato numero di cittadini interessati all’iniziativa); altri ancora raffreddarono alquanto gli iniziali ardori, quando addirittura non finirono per sposare le vedute espresse dal Bonettini (dicendosi alfine convinti dell’opportunità di evitare azzardate manovre ” scissionistiche”)

LE RAGIONI DEGLI ESCURSIONISTI VALLIGIANI

Rimase sulla breccia, indomito paladino di un’autonomia alpinistica valligiana tutta da inventare, il prof. Antonio Martinazzoli. Risoluto più che mai a far valere le proprie ragioni, egli inviò alcune lettere alla stampa provinciale (le missive apparvero sul quotidiano “La Sentinella Bresciana” e sul settimanale “Il Camuno”), replicando punto su punto ai detrattori del suo progetto, ai quali rinfacciò il ricorso a capziosi sofismi:

« E’ facile il vedere come delle ragioni che stiano veramente contro l’istituzione di un Club Alpino a Breno non ve ne sia alcuna: vi sono pretesti, ma i pretesti non sono e non saranno mai che pretesti. Se a Brescia l’istituzione ha rimesso un po’ del suo primo entusiasmo, è questo un motivo perchè non debba farsi in Valcamonica? E a Brescia non ha giovato e non giova anche così com’è? E non è in nome dell’istituzione stessa, la quale in qualche modo sconfessate, che volete tirare a Brescia il Congresso degli Alpinisti nel venturo anno? Eh via! La contraddizione è troppo aperta perché vi sia bisogno di fermarsi a rilevarla: tanto più quanto riflettasi che l’istituzione, che a Brescia è ancor giovevole, a noi sarebbe giovevolissima e torna quasi necessaria per le condizioni speciali della società e del luogo ».

Ribadita dunque l’opportunità di procedere indefettibilmente il cammino (anzi, l’ascesa) verso l’agognata meta della sezione autonoma, Martinazzoli contestò in una lettera del 22 agosto 1881 l’intenzione di convocare in Brescia il Congresso nazionale del CAI nello stesso luogo e nel medesimo tempo delle celebrazioni arnaldiane, considerato che queste sarebbero brillate di luce propria, senza alcun bisogno del convegno alpinistico, mentre un’ubicazione camuna dei lavori congressuali avrebbe valorizzato la causa dell’escursionismo provinciale:

« Ma chi non sa che Brescia avrebbe fatto cosa solenne e degna anche senza il Congresso degli Alpinisti? E Edolo non è su quel di Brescia? E gli onori e i vantaggi della Valcamonica, non sono e non devono essere onori e vantaggi anche per Brescia? ».

La sostanza del discorso era l’ostinato rifiuto di riconoscere validità e verosimiglianza alle reazioni dei bresciani e di quanti con loro negavano ogni prospettiva di sviluppo al neo-costituito nucleo alpinistico valligiano. Sia pure con minore vis polemica e con alquanta ponderatezza, i redattori del periodico brenese “Il Camuno” scesero in campo a sostegno delle tesi “autonomistiche”, con una serena valutazione dei pregi e dei difetti insiti nelle opposte motivazioni avanzate dai propagandisti delle due distinte schiere, giunte ormai ai ferri corti:

« Oggi giorno molti si arrestano per troppa smania di voler tutto centralizzare e si va di botto all’eccesso della eccessiva emancipazione, ma se si deve preferire è meglio la libertà che l’eccesso del centralizzare che n’è la privazione. La Valle Camonica non ha poi bisogno di rincorrere e di inchinarsi tanto. La ragione evidente della prosperità e bellezza delle sue Alpi sta in lei e con lei. Si slanci e faccia dimenticare il suo sonno tardivo ».

Non era ancora giunta la stagione propizia al letargo, ma il torpore del primo autunno si stendeva tutt’ intorno all’iniziativa e ne stemperava la forza aggregativa rinviandone l’attuazione ad un avvenire imprecisato.  Tra le ragioni di questa apatia riscontrata con disappunto dai solerti propugnatori camuni del CAI la diffusa ignoranza circa i caratteri e gli scopi dell’organizzazione da essi caldeggiata:

« Chi vi intravede il fantasma della politica, chi il fuoco esclusivamente della baldanza giovanile, chi una cosa, chi l’altra, ma sempre lontana le mille miglia dalle alte e nobili mire che sono il fondamento di questa società ».

Questo sfogo dei redattori de “Il Camuno” concordava con le risultanze di un’inchiesta giornalistica apparsa nel settembre del 1881 sul foglio zanardelliano “La Provincia di Brescia”. Da un’ indagine effettuata da un inviato del giornale, in effetti si avvertiva la necessità di una Sezione valligiana del CAI, onde realizzare quelle misure atte a facilitare l’escursionismo. A mo’ di esempio si citava l’assoluta assenza di contrassegni che consentissero l’individuazione dei percorsi montani: la mancanza di tale segnaletica gettava nel disorientamento i forestieri che incappavano in “persone ignoranti dei propri siti” e non in grado di fornire indicazioni sulla direzione da prendere e nemmeno consigli sull’ubicazione di confortevoli locande. Ecco che il discorso associazionistico sconfinava nella delicata questione delle infrastrutture turistiche, nell’ “industria del forestiero”, campo nel quale spiccava il positivo esempio offerto dal Club Alpino Trentino (assai dinamico nell’illustrazione e valorizzazione delle risorse naturali della regione): un motivo uteriore per stringere i tempi e decidersi a costruire quella benedetta sezione valligiana del CAI, presupposto per la dinamizzazione e l’incremento del flusso dei danarosi visitatori. Terminate le ferie estive, i quattro volenterosi propagandisti si rimisero all’opera, ora spalleggiati da una decina di neofiti (i cui nominativi qui di seguito riportiamo, con l’indicazione del luogo di provenienza, onde verificare chi fossero e dove risiedessero questi nuovi adepti): dal circondario camuno si associarono dunque alla costituenda associazione l’ing. marco Bertolazzi (Cividate), Vitale Donzelli (Breno), l’Avv. Carlo Franzoni (Borno), l’Avv. Paolo Prudenzini (Breno) ed Agostino Zoccoli (Capo di Ponte), comunicarono inoltre la propria disponibilità il Dott. Francesco Ottini (Padova) e il Capitano Luigi dal Punta (Sondrio). Entro la fine dell’anno si aggiunsero al precedente elenco il brenese Avv. Antonio Taglierini e l’Ing. Giovanni Caprani da Malegno. Raggiunte dunque le 13 adesioni, mancavano ancora sette nominativi per inoltrare formale istanza di costituzione dell’autonoma sezione brenese del CAI.

GLI ULTIMI TENTATIVI ASSOCIATIVI E LE PRIME SPEDIZIONI ALPINE

Ritenuti ormai maturi i tempi nell’ottobre 1881 il prof. A. Martinazzoli ed il Dott. G. Taglierini diramarono un appello in favore di un erigendo Club Alpino di Vallecamonica e della Riviera d’Iseo, nell’evidente intento di “pescare” iscritti anche nel limitrofo comprensorio sebino, considerato « che trattandosi di Alpinismo, per ragion di massa, l’Adamello deve esercitare anche per quei della Riviera molta maggiore attrazione che non il monte Orfano ». Il ragionamento non faceva una grinza, anche se lo staff direttivo del CAI di Brescia non avrà di certo gradito l’improvvisa incursione degli autonomisti camuni nel cuore della loro “riserva”. Nel citato appello si rivolgeva pure un caloroso invito ai « comuni di Breno e di Edolo e ad alcuni ai quali il Club recherà i primi e più abbondanti frutti », a voler sottoscrivere per il sostentamento dei costi organizzativi: « qui non occorrono grandi sacrifici,  ingenti spese: con poco possono aiutare e assai un’istituzione che sorge, provvedendo insieme al proprio decoro e al proprio utile e tenendo desto sapientemente lo spirito de’ privati onde s’interessi sempre più del pubblico benessere e lo intenda assiduamente con elevata generosità di concetti ».

Non risulta che gli amministratori dell’epoca abbiano fornito maggior prova di sensibilità alle tematiche associative sollevate, di quanto i loro discendenti non offrano ordinariamente al giorno d’oggi. Nell’estate del 1882 gli animatori del costituendo Club Alpino passarono dalle parole ai fatti e nel mese di agosto organizzarono un’ascensione in Adamello. Alla spedizione presero parte i brenesi Francesco Ballardini, Isidoro Griffi, Lorenzo Tonolini e Francesco Rusconi. La comitiva si valse dei servigi della guida saviorese Pietro Brizio e raggiunse gli scopi prefissi, non senza che un paio degli escursionisti venissero colpiti da temporanei malori, risoltisi fortunatamente senza conseguenze di rilievo. A dispetto della riuscita scalata dell’Adamello, la prospettiva di dar vita alla sezione camuna del CAI faticava a decollare, tanto che i più prudenti accantonarono gli originali progetti per valutare l’ipotesi di richiedere l’istituzione di una sottosezione brenese facente capo a Brescia, in attesa di tempi migliori. In questo senso si deve intendere il simbolico lascito affidato da Isidoro Griffi alle nuove leve dell’escursionismo, affinchè volessero farsi avanti per portare l’alpinismo a sempre nuove conquiste:

« spetta ai giovani della nostra Valle il compito di questa istituzione per mezzo della quale le escursioni alpine sarebbero più frequenti, più utili, più facili; allora vedremmo la Valle nostra, che non manca di quadri grandiosi, percorsa e visitata da molti e forse veramente illustrata ».

Almeno in parte gli auspici espressi dal dott. Griffi si realizzarono, nel senso di una maggiore conoscenza delle risorse paesaggistiche della Valcamonica, grazie anche al CAI bresciano, che nel 1882 curò la stampa di una Guida Alpina della Provincia di Brescia, un volume di circa trecento pagine, di formato tascabile, con allegate cartine topografiche particolareggiate. L’opera dedicava ampio spazio alla descrizione degli itinerari valligiani e certamente servì a far meglio apprezzare a tutti gli appassionati della montagna le attrattive delle vette camune. La suddetta guida era stata approntata in concomitanza con la  

« inaugurazione del monumento che Brescia innalza quest’anno al suo grande cittadino Arnaldo » e costituiva (insieme ad un’esposizione « dei prodotti naturali ed industriali delle nostre prealpi ») il qualificato contributo offerto dal CAI provinciale alla riuscita dei festeggiamenti anticlericali ad Arnaldo, assurto a martire del libero pensiero. La mostra ospitava decine e decine di immagini di paesaggi e vedute alpestri della Valcamonica, scattate dal fotografo Colombo nel corso di una spedizione geologica al seguito del Cav. Glisenti.

IL XVI CONGRESSO NAZIONALE DEL CAI A BRENO

Le aspettative nutrite dai dirigenti bresciani del CAI di riuscire ad ottenere lo svolgimento  del congresso annuale nel capoluogo di provincia andarono però deluse: nel 1882 il raduno generale del sodalizio si tenne infatti a Biella. Evidentemente si era preferito da parte del direttivo nazionale evitare di prestare il fianco alle prevedibili polemiche del fronte clericale, dove si vedeva come il fumo negli occhi l’adesione di centinaia di associazioni di ogni genere alla solenne commemorazione del ribaldo frate che aveva pagato sul rogo il fio delle sue stolte eresie. Venne tuttavia concesso a Brescia l’onore di ospitare il congresso per l’anno 1883, che avrebbe concluso i suoi lavori in Vallecamonica. L’ambita occasione era alfine alle porte, ma intanto lo stesso gruppo di punta dell’alpinismo camuno aveva perso il mordente, allentando i rapporti con il più convinto assertore dell’autonomia organizzativa: nell’anno scolastico 1882-83 il prof. Martinazzoli aveva lasciato il Liceo di Sondrio per una cattedra in quello di Cremona e in conseguenza di tale trasferimento il suo contributo si fece via via più saltuario. I lavori del XVI Congresso Nazionale del CAI – apertisi a Brescia il 20 agosto 1883 – si chiusero quattro giorni più tardi in Breno, al termine di un’epica trasferta dei delegati, affluiti alla cittadina camuna dopo una lunghissima marcia che in 15 ore li portò dalla Val Trompia alla Val Camonica. Nel gruppo dei valorosi camminatori figurava l’anziano Gabriele Rosa, presidente provinciale del sodalizio ed indiscusso protagonista della seduta conclusiva del Congresso. I lavori brenesi del 24 agosto si possono suddividere in tre distinti momenti: di primo mattino si diede la parola…alle armi da fuoco, presso il poligono di tiro ebbe luogo una fucileria indiavolata, che doveva comprovare l’animo patriottico dei convenuti, all’occasione pronti ad impegnare quegli stessi strumenti bellici per il completamento dell’unità nazionale. Alle ore due pomeridiane s’inaugurò la seconda parte del convegno, nei locali della sala municipale. G.Rosa svolse una dotta prolusione sulla storia dell’alpinismo, dall’antichità sino ai tempi moderni. Le cronache riferiscono che, terminata « l’erudita e dettagliata relazione, nessun altro prese la parola, per cui l’adunanza si sciolse ».

L’ultima fase del riuscito raduno prevedeva un banchetto di ben 130 coperti e quindi una gaia festa danzante. Al termine dei balli si spensero i riflettori sul palco brenese che aveva signorilmente ospitato i partecipanti al XVI Congresso Nazionale del CAI. E con ciò calava pure il sipario sui sogni di un’autonoma sezione alpinistica valligiana. Ai camuni sarebbe comunque toccata una soddisfazione di non poco conto: vedere uno del loro gruppo originario assurgere ad una posizione di rilevante prestigio sulla scena escursionistica nazionale, in grazia delle ardimentose ascensioni compiute e delle competenti relazioni sulle spedizioni che toccarono le maggiori vette della Valcamonica. Si trattava dell’avv. Paolo Prudenzini, celebrato studioso che, dalla seconda metà degli anni Ottanta pubblicò numerosi saggi sulle più qualificate riviste della montagna.

di Mimmo Franzinelli

da “L’Aviolo” – Annuario della Sezione di Edolo del Club Alpino Italiano – Numero Unico

Maggio 1989 – pp. 102-110